10/2024: Microplastiche e nanoplastiche rappresentano un pericolo finora sottovalutato. Le minuscole particelle di plastica minacciano non solo l’ambiente, ma forse anche la nostra salute. Al momento, nell’ambito di alcuni progetti di ricerca, gli scienziati stanno cercando di capirne gli effetti precisi, ma già i primi risultati destano preoccupazione. Nella vita di tutti i giorni i contenitori di vetro possono contribuire a ridurre l’impatto di microplastiche e nanoplastiche.

A occhio nudo quasi non si vedono, ma in realtà sono disseminate ovunque nell’ambiente: stiamo parlando delle microplastiche, minuscole particelle di plastica scarsamente degradabili con dimensioni inferiori ai cinque millimetri. Queste particelle di plastica si formano in seguito alla degradazione di articoli di plastica più grandi, oppure vengono appositamente utilizzate come additivi in prodotti quali cosmetici e detergenti. Ma esistono addirittura particelle più piccole, comprese tra 1 e 1000 nanometri, chiamate per l’appunto nanoplastiche.

Queste particelle si disperdono nell’ambiente, finendo così anche nella nostra catena alimentare. Tutti ingeriamo inevitabilmente particelle di plastica respirando, mangiando e bevendo, anche se la quantità precisa può variare di molto. Secondo le stime, in casi estremi l’assorbimento può arrivare a ben cinque grammi di plastica a settimana, sebbene in media il valore sia senz’altro molto inferiore. Con il tempo, l’ampia diffusione delle microplastiche nel nostro ecosistema è stata sempre più riconosciuta come un problema con gravi ripercussioni non solo ecologiche, ma molto probabilmente anche sulla salute umana.

Microplastiche derivanti dai contenitori

Oggi non ci sono più dubbi sul fatto che le microplastiche finiscano in cibi e bevande a causa del normale utilizzo dei contenitori per alimenti. Il motivo è l’azione meccanica, per esempio fenomeni quali sfregamento e pressione, ma anche i processi chimici di degradazione fanno la loro parte. Questo vale in particolare per i contenitori a diretto contatto con alimenti caldi o grassi, come bottiglie di plastica, pellicole e vasetti.

“Diversi studi, basati su metodi di misurazione solidi e univoci, dimostrano che il normale utilizzo di contenitori di plastica porta alla formazione di microplastiche negli alimenti” spiega Jane Muncke, Managing Director del Food Packaging Forum. Un esempio su tutti è lo studio condotto dalla Columbia University di New York.[1] Gli scienziati hanno esaminato l’acqua minerale in bottiglia di plastica di tre marche diverse. E il risultato è degno di attenzione: sono state trovate tra le 110.000 e le 370.000 particelle per litro d’acqua, di cui in prevalenza polietilene tereftalato (PET).

A fronte delle crescenti preoccupazioni sui potenziali rischi per la salute posti dalle microplastiche, l’Unione Europea e altre organizzazioni finanziano numerosi progetti di ricerca, come ad esempio i cinque progetti CUSP. Queste iniziative nascono per misurare l’esposizione della popolazione, esaminare le caratteristiche tossicologiche delle microplastiche e individuare le eventuali ripercussioni sulla salute. Uno dei principali progetti CUSP è PlasticsFatE (Plastics Fate and Effects in the human body), attivo fino al 31 marzo 2025 e capeggiato dall’Universität Bayreuth. Il team è impegnato ad analizzare la presenza di micro e nanoplastiche in una serie di matrici complesse come prodotti alimentari, beni di consumo ed elementi ambientali (aria, acqua potabile, suolo), nonché la permanenza delle particelle nel corpo umano, il trasporto di micro e nanoparticelle attraverso barriere biologiche e la loro eventuale citotossicità.[2]

Possibile ruolo nell’insorgenza di infiammazioni e tumori

Da alcuni studi emerge che le microplastiche potrebbero indurre infiammazioni e altri effetti negativi nell’organismo. Tuttavia, i meccanismi concreti e le ripercussioni a lungo termine non sono ancora sufficientemente indagati per trarre conclusioni definitive. Intanto un team dell’Università di Vienna ha analizzato le interazioni tra micro e nanoplastiche e cellule tumorali del colon. I ricercatori hanno riscontrato che, a causa della composizione chimica estranea, queste particelle non si degradano, a differenza di altri corpi estranei di origine biologica. Inoltre, esistono “primi segnali secondo cui le micro e nanoparticelle rafforzano la migrazione delle cellule cancerogene in altre aree del corpo, favorendo così la metastasi dei tumori. Ora questo effetto dovrà essere esaminato in altri studi”. Lo studio ha confermato risultati recenti secondo i quali micro e nanoplastiche sono in grado di influenzare il comportamento cellulare e potenzialmente contribuire alla progressione delle malattie, ha spiegato il Dr. Lukas Kenner, uno dei due responsabili dello studio.[3]

Una valutazione definitiva del rischio non è ancora possibile

Con i dati attualmente disponibili non è ancora possibile effettuare una valutazione definitiva del rischio posto da micro e nanoplastiche per gli esseri umani. Infatti, una valutazione del rischio fondata richiede sia una stima del potenziale di pericolosità sia informazioni esaustive sull’esposizione effettiva delle persone, ma al momento mancano dati affidabili su entrambi i fronti. “Il mondo della scienza si sta molto impegnando in questo senso” commenta Jane Muncke. 

L’eterogeneità dei metodi di misurazione rappresenta una sfida chiave, prosegue Muncke. Per individuare e quantificare le particelle di plastica, gli scienziati di tutto il mondo utilizzano tecniche diverse nei vari passaggi, dalla campionatura all’analisi, all’elaborazione dei dati, cosa che complica la comparabilità dei risultati. Anche il controllo qualità rappresenta un punto critico: il contesto di lavoro in tutto il processo di campionatura e analisi deve essere il più possibile plastic-free per evitare contaminazioni. Uno studio pilota pubblicato nel 2021 suggerisce che in parte siano i ricercatori stessi a contaminare i campioni con microparticelle, provenienti per esempio dai loro abiti.[4]

In poche parole, sebbene i primi studi evidenzino segni di potenziali rischi per la salute, ad oggi manca ancora la prova scientifica di un danno diretto dovuto alle microplastiche. Eppure, consumatrici e consumatori vedono la plastica sempre più come un pericolo: secondo una ricerca di Greenpeace, l’80% delle persone è preoccupato per i possibili effetti della plastica sulla salute.[5] 

I contenitori di vetro sono chimicamente meno complessi

Ma quali alternative hanno i consumatori? Diamo un’occhiata alla struttura chimica dei materiali per il packaging: “I contenitori di plastica sono caratterizzati da un’elevata complessità chimica, perché sono composti da diversi tipi di polimeri e additivi, in più contengono una vasta gamma di contaminanti chimici e sottoprodotti di reazione” afferma Muncke. Con il tempo queste sostanze chimiche possono sprigionarsi e passare nell’alimento confezionato, specie se si tratta di prodotti caldi, grassi o acidi. “Anche le confezioni di carta presentano un’elevata complessità, e oltretutto a causa delle scarse proprietà di barriera della carta sono spesso rivestite con un sottile strato di plastica, oppure contengono PFAS”. Al contrario, il vetro ha una complessità chimica ridotta, è chimicamente inerte e rilascia quindi quantità considerevolmente minori di sostanze nocive. Ecco perché viene spesso considerato l’alternativa più sicura per il confezionamento di diversi prodotti alimentari. 

Inoltre, il vetro è un materiale da imballaggio perfettamente riutilizzabile, cosa che non si può dire della plastica: le bottiglie a rendere di plastica non solo rilasciano i loro stessi componenti, ma possono anche assorbire le sostanze detergenti nei detersivi o altri composti chimici, e in un impiego successivo questi contaminanti possono essere nuovamente rilasciati. Inoltre, i contenitori di plastica sono esposti al calore e allo sfregamento meccanico durante le operazioni di pulizia, il che può ulteriormente contribuire al rilascio di micro e nanoplastiche. Al contrario, nelle bottiglie a rendere di vetro non si riscontra alcun aumento delle particelle di plastica.

Ridurre l’uso della plastica

Le micro e nanoplastiche rappresentano una sfida seria e complessa in termini di ambiente e salute. La ricerca è ancora agli inizi e molte domande sono ancora senza risposta. Tuttavia, abbiamo già segnali che suggeriscono la riduzione della plastica e l’uso di alternative quali il vetro come potenziali misure per un effetto positivo. Approcciarsi ai packaging in maniera consapevole e promuovere ulteriori analisi scientifiche sono passi decisivi per ridurre al minimo l’impatto delle microplastiche e proteggere la nostra salute.
 

 

[1] Naixin Qian et.al. (2024): Rapid single-particle chemical imaging of nanoplastics by SRS microscopy https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38190543/
[2] https://www.toek1-laforsch.uni-bayreuth.de/en/research/microplastic/index.html
[3] Microplastics role in cell migration and distribution during cancer cell division https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0045653524003564?via%3Dihub
[4] C. Gwinnett, R.Z. Miller (2021): Are we contaminating our samples? A preliminary study to investigate procedural contamination during field sampling and processing for microplastic and anthropogenic microparticles. https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0025326X21011292#! [5] Greenpeace (2024): People vs. Plastic https://www.greenpeace.org/international/publication/66181/global-plastics-treaty-survey-results

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